lunedì 31 ottobre 2011

Chi ben comincia…

Il “tirocinio formativo e di orientamento non curriculare” è una forma di esperienza lavorativa riservata ai neo-laureati, che possono svolgere un periodo di esperienza di 6 mesi al massimo, entro 12 mesi dal conseguimento del titolo di studio (laurea o laurea magistrale). [DL 138 del 13/11/2011, art. 11] Tale forma di tirocinio non porta a crediti formativi e non è inserito in alcun modo nei percorsi di studi universitari. Chiamiamolo “facoltativo”, per capirci?

Come dire, se sono un’azienda-squalo, posso prenderti appena laureato “in prova” per 6 mesi, pagarti molto poco, e poi gettarti nel bidone dell’umido quando non mi servirai più. Oppure, se sono un’azienda seria, possiamo effettivamente collaborare per un breve periodo con una retribuzione degna (e fortemente detassata), per poi passare ad una regolare assunzione.

Personalmente, non ho mai capito quale debba essere il ruolo dell’università in tutto ciò, visto che i benefici sono tutti per l’azienda, ma l’ateneo sostiene dei costi di gestione ed avalla il “piano formativo” previsto per legge.

Ovviamente si trovano offerte di tutti i tipi, dalle più serie alle più originali. Ha attirato la mia attenzione questo annuncio, posto nei corridoi frequentati dagli studenti di Ingegneria del Cinema.

Ricerca giovani per tirocinio formativo extracurriculare

Credo che avranno serie difficoltà a trovare candidati con l’esperienza richiesta, visto che i software Final Fut e After Effetcs non sono così noti e diffusi come gli usatissimi Final Cut ed After Effects.

Oppure è il rileggere le bozze a non essere più così diffusa come pratica?

domenica 30 ottobre 2011

Perché le spostano a mano, una ad una

Volevo appostarmi di fronte questa notte, tra le 2 e le 5, per conoscere l’omino che fa il giro di tutti i bancomat e manualmente ne sposta le lancette.

Gentile cliente, a causa del passaggio dall'ora legale all'ora solare lo Sportello ATM rimarrà fuori servizio dalle ore 02.00 (ora legale) alle ore 05.00 (ora solare) di domenica 30 ottobre. Ci scusiamo per il disagio.

sabato 29 ottobre 2011

Puntualità interculturale

Per noi popoli latini la puntualità, si sa, non è il nostro forte.

Solitamente, quando si organizza un evento, ad esempio serale, vi è sempre un orario ufficiale (es. le 20:30) ed un orario entro cui ci si attende che le persone arrivino davvero (es. le 21:00). Addirittura vi è un’espressione apposita, che viene utilizzata esclusivamente in forma verbale: “alle 20:30 per le 21:00”.

La conoscenza del contesto ci fa normalmente capire quale sia l’entità del “margine” di tempo: 5-10 minuti per riunioni/incontri di poche persone, 30 minuti per eventi serali organizzati da associazioni, fino a 60 minuti per manifestazioni più ampie oppure per l’uscita serale dei giovani.

I popoli anglosassoni, anche questo si sa, si trovano a disagio con i concetti “flessibili”, ma in contesti internazionali devono ovviamente adeguarsi e/o gestire la cosa. E producono cose come il curioso invito qui riportato, che ho ricevuto in occasione della cena sociale di un recente congresso.

Conference Dinner - 27 july 2011 - Old Library - 19:15 for 19:30

Gli organizzatori (inglesi) hanno utilizzato la stessa convenzione (informale, non detta e non scritta) del “ritardo accademico” di 15 minuti, e l’hanno formalizzata ufficialmente sul biglietto di invito. La cena era infatti convocata alle “19:15 for 19:30”. Così non hanno rischiato di fare attendere inutilmente i nordici (che sarebbero arrivati puntuali all’ora X) né di veder arrivare in ritardo i meridionali (che sarebbero arrivati all’ora X+15). Anche questa è interculturalità.

A modo loro, hanno risolto brillantemente il problema!

venerdì 28 ottobre 2011

Politically (troppo?) correct

IEEE Spectrum è una rivista abbastanza nota nel campo della ricerca, poiché viene inviata a tutti gli iscritti alla IEEE (l’associazione professionale internazionale degli ingegneri elettrici, elettronici, informatici). Come sempre, a fianco della rivista cartacea, vi è un sito web, che pubblica notizie aggiuntive, anteprime degli articoli ed altri aggiornamenti. Esiste anche un servizio “IEEE Spectrum TechAlert” che invia via e-mail i titoli degli articoli più recenti e rilevanti.
E stavolta l’ha fatta grossa. Almeno, così dicono loro, perché a me non pareva così grave.
Arduino boardIeri hanno pubblicato un articolo dal titolo “With the Arduino, Now Even Your Mom Can Program”. In realtà questo era il titolo della news alert, mentre l’effettivo titolo dell’articolo era un più insipido “The Making of Arduino”.
Putiferio.
Pare che vi sia stata una rivolta internazionale perché si faceva riferimento ad “even your Mom”, come metafora della facilità di utilizzo e programmazione, accessibile anche alla fascia di popolazione non native-digital.
Nonna PaperaEvidentemente questa immagine evoca un cliché di Mom più simile a Nonna Papera (che passa le giornate in casa a sfornare torte ed a gestire le marachelle dei nipotini), che non all’effettivo ruolo delle donne e madri contemporanee, che sono altrettanto capaci e tecnologicamente avanzate quanto i loro mariti o figli/e.
Ma era una battuta, no? Un titolo ad effetto, no? io credo di usare metafore simili moltissime volte, nei miei corsi, ma non mi sono mai preso una denuncia da associazioni di madri, nonne, prozie, o collaboratrici domestiche (per la frase “i conti della serva”).
Invece la cultura anglosassone è estremamente attenta a queste minuzie, accusando di sessismo e stereotipia la formulazione del titolo. Talmente attenta, che addirittura è costretta a violentare la sintassi della propria lingua madre (chi non è stufo di scrivere “he or she” per essere gender-neutral?).
Nel caso di IEEE Spectrum TechAlert, si è dovuta muovere l’Editor in Chief di IEEE Spectrum (il redattore capo), che fortunatamente (ai fini di placare l’incidente diplomatico) è una donna, Susan Hassler. Ella si scusa scrivendo:
Susan HasslerI'm an IEEE member, and a mom, and the headline was inexcusable, a lazy, sexist cliché that should have never seen the light of day. Today we are instituting an additional headline review process that will apply to all future Tech Alerts so that such insipid and offensive headlines never find their way into your in-box.
Forse perché il Italia abbiamo anche altri motivi per scandalizzarci, ma personalmente mi pare che sia una reazione un tantino esagerata, rispetto ad un titolo giornalistico, che in estrema sintesi riusciva a convogliare un messaggio chiaro.
Sono anch’io lazy and sexist oppure sono loro che esagerano con la mania del politically correct?

giovedì 20 ottobre 2011

Innovazione, come impedirla

Jobs ed i garage

In questi giorni si è molto parlato della carriera di Steve Jobs, come modello di imprenditore ed innovatore. Senza nulla togliere al carisma della persona ed alla capacità di marketing della sua azienda, molte riflessioni hanno analizzato gli inizi della sua attività, basata su quel modello dei “garage boys” che tanti frutti ha dato nella Silicon Valley degli anni ’70-’80.

A questo proposito ho trovato molto interessante l’allegoria di Stefano Lavori, che descrive cosa sarebbe successo a Jobs se fosse nato a Napoli (ma il tutto è generalizzabile all’Italia intera). Molto divertente e stimolante il pezzo, ma ancora più interessanti sono i commenti, scritti evidentemente da una parte giovane della popolazione, che grossomodo si dividono tra il “bisogna emigrare” ed il “bisogna resistere ad ogni costo”. Triste la pressoché mancanza di commenti del tipo “bisogna cambiare le regole, ed innovare a casa nostra”, indice di scarsissima fiducia nel sistema imprenditoriale ed in quello politico-amministrativo.

Ritchie ed i Bell Labs

Esiste (o esisteva?) anche un altro modello di innovazione, esemplificato da un altro personaggio cardine della storia dell’informatica, anch’egli deceduto in questi giorni (il 12/10/2011), seppur con molto meno clamore: Dennis Ritchie, di una generazione precedente a Jobs. Ritchie, insieme a Brian Kernighan e Ken Thompson faceva parte di un piccolo gruppo di persone, presso i laboratori di ricerca “Bell Labs” del colosso americano AT&T (l’equivalente della nostra Telecom, su scala americana). A differenza degli Steve Jobs e dei Bill Gates, questi personaggi erano ricercatori che avevano un lavoro alle dipendenze di una multinazionale. Ma una multinazionale che sapeva ancora cosa vuol dire fare ricerca.

Il modello di ricerca dei Bell Labs era molto semplice: le persone più brave a fare ricerca venivano lasciate libere di farla. Potevano scegliersi gli argomenti su cui lavorare. Avevano a disposizione le risorse (umane e tecnologiche) per farlo. L’ipotesi di partenza era lapalissiana: se prendo delle persone in gamba e le lascio esprimere, senza troppi vincoli, lacciuoli e laccetti, certamente qualcosa di buono salterà fuori. Ed in ogni caso il costo di un centinaio di persone è praticamente impercettibile in una grande impresa.

E così nel 1969 i nostri Thomspson, Kernighan e Ritchie, stufi di utilizzare un sistema operativo troppo complesso e farraginoso, decisero di provare a scriverne uno più semplice, che soddisfacesse i loro personali requisiti operativi ed estetici. Ottennero facilmente il permesso di utilizzare un vecchio PDP-7 inutilizzato, ed iniziarono a “giocarci”.

Fu così che partorirono la prima versione di Unix. Per gioco. E poiché erano stufi di programmare in assembler, anche perché avrebbe reso impossibile migrare Unix su hardware diversi, decisero (eresia, a quei tempi!) che avrebbero scritto il sistema operativo in un linguaggio di alto livello. Visto che i linguaggi disponibili all’epoca non erano adatti allo scopo, inventarono il linguaggio C. Sempre per gioco.

Un gioco che ebbe influenza su tutta l’informatica moderna.

Oggi, a circa 40 anni di distanza, ogni volta che accendiamo uno smartphone (sia esso un iPhone o un Android), al suo interno parte un sistema operativo derivato da Unix (da una sua versione commerciale od open source, poco importa). Ogni volta che in un indirizzo web scriviamo il carattere slash ‘/’ per indicare una directory, questo discende dalle scelte fatte nella creazione di Unix.

Ogni volta che un programmatore digita ‘{‘, o per andare a capo usa ‘\n’, o pensa al tipo di dato int, riprende il lavoro fatto ai Bell Labs 4 decenni fa. Anche se, oggi, non si programma solo in C ma prevalentemente in C++, C#, Java, JavaScript, php, ActionScript (Flash), … e decine di altri linguaggi minori, che affondano tutti le radici nel C.

Ogni volta che usiamo Internet, lo facciamo grazie al lavoro di altri ricercatori che nel decennio successivo poterono “giocare” con Unix, ed aggiungerne in modo sperimentale le funzionalità di rete, inventando il protocollo TCP/IP. Ciò fu possibile solo su Unix, visto che il sistema operativo era piccolo, leggero, portatile e soprattutto disponibile gratuitamente (no, non open source, il concetto non esisteva ancora) per le università e gli enti di ricerca.

La lezione non appresa

I modelli sopra descritti, che fanno parte della storia, sembrano non avere lasciato traccia nelle organizzazioni oggi deputate a stimolare la ricerca e l’innovazione, siano essi gli enti di ricerca, gli incubatori di impresa, i finanziatori pubblici.

Sia lavorando nel piccolo (non si chiama più garage, ma start'-up), che nel grande (non ci sono i Bell Labs, ma centri e dipartimenti), si riscontra una deriva dell’attenzione dalla bontà dell’idea alla strutturazione del processo.

Mi spiego: oggi, se hai una buona idea nel campo ICT, puoi far leva su Internet, su tool e librerie open source, su ambienti di sviluppo rapido, su emulatori, su app-store, su mashup e servizi web 2.0, … In pochi mesi puoi realizzare un primo prototipo e metterlo alla prova sul mercato: se funziona, potrà decollare, altrimenti non avrai perso troppo tempo né denaro.

Ma non chiedere aiuto a nessuno. Altrimenti dovrai cominciare a fare un budget, un business plan, un’analisi di mercato, una proposta di progetto, un piano di marketing, una ricerca brevettuale ed analisi dei competitor, una previsione di cash flow, un strutturazione in work package, gant, pertt, ecc. ecc.

Mi è successo più volte di incontrare dei giovani i quali, anziché lavorare per 3 mesi e realizzare la loro idea, lavorano invece per 6 mesi sul business plan (in assenza di una reale competenza per realizzarlo bene, e di dati affidabili da utilizzare).

Dopo 6 mesi, se l’idea era buona, qualcun altro l’avrà realizzata. Se non era buona, non lo saprai ancora, perché non avrai avuto modo di provarla, ed allora perderai ulteriore tempo ad implementare una schifezza, magari essendoti indebitato.

Mi sto convincendo che un modello più efficace di sostegno all’innovazione debba essere “lean and light”, snello e leggero. Mi racconti la tua idea in 2-3 ore. Se mi piace e mi convinci, ti finanzio 2-3 mesi di lavoro, 5.000 euro a fondo perduto. Se non mi convinci, amici come prima. Overhead amministrativo: zero. Rischio nell’investimento: basso. Ovviamente occorre investire in tecnici in grado di valutare bene le idee, impegnarsi ad evitare ogni buonismo (dicendo a tutti che l’idea sembra buona), evitare ogni sovrastruttura organizzativa che rallenti lo sviluppo di una prima “beta” lanciata sul mercato.

Insomma, lassez-faire !

Solo dopo, se vi sarà una prima risposta dal mercato, sarà ovviamente necessario re-impostare gli sviluppi futuri in una logica industriale-imprenditoriale. Solo dopo che se ne è appurata la potenzialità.

Mi sembra quasi troppo banale… in che cosa mi sbaglio?

mercoledì 19 ottobre 2011

Tempo di anniversari

In questi giorni si celebrano molti anniversari dell’informatica, tra cui i 30 anni dall’introduzione del primo IBM PC-XT, il capostipite del Personal Computer moderno.

Spectrum Machine Language for the Absolute BeginnerÈ con questo spirito di amarcord informatico che dalla cantina ho rispolverato questo cimelio (edito nel 1982, quindi vicino ai 30 anni anch’esso): il libro che mi ha accompagnato nell’apprendimento del mio secondo linguaggio Assembler, quello del processore Z80 prodotto da Zilog (che, caso rarissimo, esiste ancora e produce ancora microcontrollori basati su Z80, tuttora usatissimi).

Ricordo ancora lo stupore con cui avevo scoperto la “potentissima” istruzione LDIR (load, increase and repeat), capace di copiare un intero blocco di memoria con una sola istruzione assembler (analoga al REP MOVS dell’architettura x86). Roba che ti fa capire a cosa serve la microprogrammazione!

Il libro è di oltre 240 pagine, scritto in un font monospaced con figure disegnate a mano e listati fotografati, generati da una stampante ad aghi. Tanto per ricordare quanto era difficile scrivere un libro in quell’epoca. Non ricordo dove lo comprai, ma c’è ancora l’etichetta del prezzo: 5,95 sterline UK, rivenduto in Italia al cambio-strozzino di lire 22.500. Certamente l’importatore avrà venduto pochissimi volumi, il che giustifica il ricarico esagerato. E d’altra parte, 30 anni fa mica lo potevi comprare su Internet…

Questo mi spinge a tornare ancora più indietro nel tempo, al mio primo assembler, quello del processore 6502 (della MOS Technologies, ora non più sul mercato), montato sul mio “primo” Commodore Vic-20, e che per inciso era lo stesso processore usato dal ben più potente e famoso Apple II.

lunedì 10 ottobre 2011

Capacity planning?

È come sparare sulla Croce Rossa, era facilissimo prevedere che il sito dell’ISTAT per la compilazione del censimento della popolazione non avrebbe retto al “giorno della compilazione”, ieri 9 ottobre 2011.

Troppi sono gli esempi in tal senso, ogniqualvolta un ministero propone una procedura web, questa puntualmente si intasa il giorno della scadenza. Noi universitari ricordiamo il sito CINECA per il caricamento di progetti PRIN, le aziende ricordano l’invio di richieste di agevolazione (in cui conta il millisecondo del submit, e ci sono addirittura ditte che hanno sviluppato un software distribuito apposito…).

Nessuna sorpresa, quindi.

Trovo invece allucinante il tono dei comunicati pubblicati sul sito. Sulla home page compare questo:

9 ottobre 2011 - Moltissimi cittadini stanno compilando il questionario on line. Ciò potrebbe causare temporanei disservizi. Stiamo provvedendo, ci scusiamo per il disagio.

ed è accompagnato dal link ad un comunicato stampa (in PDF).

La news citata sopra è molto deludente. Cosa vuol dire “potrebbe”? È un fatto certo che molti utenti non riescono a compilarlo. In nazioni più civili, questo verrebbe quantificato in termini di ore-lavoro equivalenti perse, qui ce la caviamo con generiche scuse per il disagio.

Ancora peggio il comunicato stampa, che vale la pena di commentare riga per riga.

Dal comunicato…. Commenti….

9 ottobre 2011: al via il 15° Censimento della popolazione e delle abitazioni
Grande successo di adesioni alla compilazione del questionario via internet

Certo che è un grande successo, è ovvio, nel 2011 tutte le attività lavorative si svolgono con l’ausilio di Internet, perché gli utenti non dovrebbero preferirla anche in questo caso? Se vogliamo, aggiungiamo l’effetto novità, che spinge le persone a voler “provare” una modalità nuova.
Magari, a pensarci prima, si potevano spendere meno soldi in tipografia, no?

Nelle prime ore punte di  500.000 accessi in contemporanea

Effetto sperato: oooohhhhh!
Ma non c’è da stupirsi, in fondo si sapeva già prima quante sono le famiglie italiane, no? e che si sarebbero collegati proprio il 9 ottobre non era un segreto da custodire, era solo la scelta più ovvia.
Al che si aggiunge la disinformazione. Cosa vuol dire “accessi in contemporanea”? pagine al secondo? nuove sessioni al secondo? visitatori unici?

Sorprendente la partecipazione da parte dei cittadini alla compilazione online del questionario. Già dalle prime ore del mattino, sono stati, infatti, raggiunti picchi di 500.000 collegamenti  contemporanei al sito http://censimentopopolazione.istat.it/.

Sorprendente”? ma vivete sulla luna? E ricordo che 500.000 è solo pari all’1% scarso della popolazione italiana (diciamo il 2-3% del numero di famiglie). Ci sembra una percentuale “sorprendente” ed inattesa?
Adesso però parlano di “collegamenti contemporanei” anziché di “accessi”. Sarà la stessa cosa? Non si sa, perché non si curano di dircelo in modo non ambiguo.

Il grande afflusso di utenti ha creato di conseguenza rallentamenti e difficoltà di
accesso. Telecom - per conto di Istat – sta lavorando per aumentare la potenza
del sistema installato.

Ecco il “di conseguenza”. È lento e non funziona perché siete in troppi. La colpa è vostra. Non dovevate collegarvi.
Ancora una volta, gli utenti sono percepiti come un fastidio, e non un’opportunità.
Ho poi seri dubbi che Telecom (fornitore di infrastruttura) possa avere qualche ruolo nell’aumentare la potenza del sistema installato. Se è un problema di capacity planning, non lo risolvi aumentando la banda di accesso. È come risolvere i problemi di traffico di una città costruendo una corsia in più nelle vie di accesso… dove era congestionato, continuerà ad esserlo.
Bellissimo comunque il ricorso al termine “potenza”, mi evoca una quadriglia di buoi alle prese con un aratro…

Si ricorda, comunque che per compilare e restituire il questionario  online  - come pure nelle altre modalità previste (riconsegna agli uffici postali e ai centri comunali di raccolta) - c’è tempo fino alla fine dell’anno in corso.

E perché non l’avete detto prima? E perché la data di scadenza non è scritta sul modulo cartaceo (ma solo sulla lettera di accompagnamento, che nessuno legge)? E perché non è scritta sul sito web, neppure sulla pagina di inizio della compilazione, su cui tutti gli utenti si sono bloccati?

Veramente un concentrato di schifezze dal punto di vista tecnico (pagare per un sistema che non è chiaramente adeguato) e da quello della comunicazione (classico comunicato per calmare le mandrie, non per spiegare né scusarsi).

Ma ve lo immaginate Facebook oppure Google che dicono ai propri utenti di scollegarsi perché sono il troppi, e che il messaggio che volevano scrivere o la ricerca che volevano fare possono aspettare fino a domani?