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venerdì 15 febbraio 2019

Condividere un file

Succede spesso che gli studenti inviino una e-mail per chiedere chiarimenti sull’esercizio che stanno svolgendo.

Ecco i metodi utilizzati per condividere l’esercizio che stanno svolgendo, che vanno dal meno frequente (ma più adeguato) al più frequente (ma orribile da tutti i punti di vista):

  • Codice sorgente su un repository GitHub, inviando il link al repository.
    Nota: non succede mai, ma sarebbe il mio sogno.
  • Codice sorgente completo (es. progetto Eclipse o progetto PyCharm) inviato come zip.
    Nota: quando lo zip supera i filtri dell’anti-spam, è un po’ scomodo da gestire, ma alla fine sei sicuro che ci sia tutto.
  • Codice sorgente parziale (es. solo un file, o parte di un file), inviato come allegato di e-mail.
    Nota: a patto che l’errore sia proprio in quel file (e comunque non hai modo di provarlo, quindi devi andare “ad istinto”… e sappiamo tutti quanto vale l’istinto nel debug).
  • Codice sorgente parziale, incollato nel corpo della e-mail.
    Nota: spazi, indentazioni, caratteri speciali, se se sono andati a farsi friggere.
  • Videata del codice sorgente (screenshot del PC), inviata come file immagine via e-mail.
    Nota: molto stupido (vedi solo una parte di un file, e non puoi studiarlo né modificarlo) e molto raro (quasi nessuno sa come salvare su file uno screenshot preso da PC… suggerimento: in Windows c’è uno “Strumento di Cattura”, oppure usate il freeware Greenshot).
  • Videata del codice sorgente, sbilenca e sfocata, ottenuta fotografando lo schermo con un cellulare.
    Nota: è di gran lunga la modalità più utilizzata. Di solito è impossibile capire cosa stavano facendo e cosa poter rispondere. Infatti, solitamente non rispondo, o chiedo che inviino il file originale.
    Ma soprattutto il dubbio amletico è: stai lavorando su un file, sei su un PC (o Mac che sia), hai un programma di posta… come ti viene in mente di fare una foto allo schermo?

Ovviamente temo il momento in cui mi invieranno un video in cui mi spiegano a voce il problema, inquadrando lo schermo con fare tremolante ed incerto. Lo temo, ma so già che prima o poi arriverà.

venerdì 11 gennaio 2019

Elenchi Laureati Politecnico

Succede spesso di ricevere richieste da parte di aziende che vogliano contattare studenti neolaureati. Mi sono reso conto che gli elenchi di laureati, pur essendo disponibili sul sito del Politecnico, non sono facili da trovare (ed anzi, una ricerca su Google rimanda ad un servizio dismesso dal 2011).

Per chi fosse interessato, la pagina da visitare per ricercare i profili di studenti e laureati del Politecnico è: http://stagejob.polito.it/aziende/profili_studenti_e_neolaureati

È disponibile una visualizzazione di tipo anonimo (senza dati identificativi dello studente, ma solo con dati riassuntivi sulla carriera e sulla tesi di laurea svolta) accessibile a tutti. Le aziende, inoltre, possono registrarsi e consultare le informazioni complete sugli studenti selezionati.

Unico problema: i laureati nel settore ICT, soprattutto quelli più bravi, tendono ad essere già occupati sin dal giorno della laurea (talvolta anche prima). Ma a questo problema si può ovviare solamente aumentando il numero di studenti e studentesse che scelgano una carriera informatica.

lunedì 31 dicembre 2018

The Death of Expertise

2018-12-31 08.34.15Nei pochi giorni di vacanza appena trascorsi, ho letto The Death of Expertise di Tom Nichols. Era da qualche tempo che l’avevo acquistato, anche a seguito delle citazioni incontrate in diversi articoli.
Il testo analizza la tendenza attuale per cui la “gente comune” sta sviluppando una sempre maggiore sfiducia nei confronti degli “esperti”, cercandone le cause ed ipotizzandone le gravi conseguenze in termini di impatto sulla società e sulla democrazia.
La lettura è molto interessante ed aiuta a riflettere sulle dinamiche sociali (soprattutto online, ma anche di persona) e sulle contromisure che gli “esperti” possono adottare. La conclusione del testo, purtroppo, è decisamente pessimistica.
Certamente lo posso consigliare a chi è interessato ad approfondire l’argomento. Due i difetti principali: una certa lunghezza e ripetitività (probabilmente metà delle pagine sarebbe stata sufficiente) e l’analisi molto legata alla realtà (della politica, della democrazia, dei media) statunitense, anche se molte delle dinamiche sono evidentemente trasferibili anche alla realtà italiana.

giovedì 7 gennaio 2016

Il gesso passivo danneggia anche te

Oggi mi sento di lanciare una battaglia (semiseria) contro il gesso passivo. È certamente un problema di nicchia, ma sarà certamente sentito dai molti insegnanti digital-first della nostra penisola (se non oltre).
Scatole di gessetti

Da parecchi anni, in aula, non uso più le classiche lavagne (ardesia e gesso), a favore della soluzione digitale (PC e videoproiettore). Questo soprattutto per ragioni didattiche, tra le quali le due più importanti mi paiono: la possibilità di mostrare ed utilizzare i reali strumenti software con cui gli studenti dovranno lavorare (e non solo le "slide"), e la possibilità di registrare audio+video della lezione (screencast) ed immediatamente pubblicarlo su Internet.

Purtroppo le aule di lezione sono strutture condivise, per cui succede di capitare in un'aula che era stata precedentemente utilizzata da un utilizzatore-di-gessetti (specie risalente al passato, ma non ancora sulla strada dell'estinzione). L'utilizzatore di gessi si riconosce facilmente, in quanto oltre ad uscire dall'aula ricoperto di polverina bianca (e può essere solo gesso, perché per noi statali l'altra polverina bianca è fuori budget), abbandona le suppellettili dell'aula (lavagna, cattedra, sedie, ...) graziosamente ricoperte dal sottile velo.

La conseguenza è che anche i docenti "digitali" si imbrattano maglie, pantaloni, mani, giacche di gesso, per il semplice fatto di fruire in modo "passivo" del gesso altrui. Peggio ancora, la polvere di gesso ha la simpatica abitudine di intrufolarsi nelle fessure di areazione dei PC, nelle intercapedini tra i tasti, nella cornice del monitor, rischiando di condurre a veri e propri danni.

Quindi il mio appello è semplice: così come ci sono locali appositi per i fumatori, separati dai non fumatori, per proteggerli dal fumo passivo, dovrebbe sorgere un movimento di opinione per creare delle aule senza gessi, per proteggerci dall'esposizione al gesso passivo.

O forse basterebbe che chi la usa, a fine lezione, lasciasse l'aula come l'ha trovata?

venerdì 4 aprile 2014

Master in E-Learning per la Pubblica Amministrazione

corso INPS - e-learning PA - Politecnico Torino

"E-Learning per la Pubblica Amministrazione: Metodologia e Strumenti per la Formazione On-line": è questo il titolo di un nuovo Master (Corso Universitario di Aggiornamento Professionale) di 40 ore organizzato dal Politecnico di Torino con l'accreditamento ed il finanziamento di INPS.

Le iscrizioni, gratuite e rivolte ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, sono aperte fino al 15/04/2014.

Le lezioni si svolgeranno parte in aula (6 incontri tra il 12/05/2014 ed il 29/09/2014) e parte on-line, attraverso una piattaforma di e-learning, con metodologia di "blended learning".

Per maggiori informazioni:

Contatti e informazioni:
Ufficio Master e formazione permanente del Politecnico di Torino
Tel: 011.090.7982
e-mail:  master.universitari@polito.it

lunedì 1 ottobre 2012

Finalmente fiero di contribuire

Passano i mesi, e l’Italia va sempre più a fondo. No, aspetta, si rialza. Anzi no, era solo un rimbalzo, affonda di nuovo. E così via, con l’affondo che è inversamente proporzionale al vituperato spread (ma poi qualcuno mi spiegherà come possano le condizioni oggettive di una nazione oscillare vistosamente più volte al giorno… non è che stiamo usando un indicatore non adeguato?).
E noi purtroppo ai margini del processo, a chiederci cosa possiamo fare per aiutarci a rialzarci. Le decisioni sono in mano d’altri, ed al cittadino non rimane che fare vigilanza stretta e marcatura a uomo sugli scontrini e le fatture relativi alle piccole spese di casa. Però abbiamo la sensazione che ciò non sia troppo utile, e ci scoraggiamo.
Ora finalmente ho l’opportunità (non troppo volontaria…) di contribuire, in prima persona, al risanamento dello stato.
moneta 2 Da oggi, infatti, ogni volta che mangerò pranzo, farò una donazione di ben € 4,33 al nostro bilancio statale. Il valore del buono pasto che, dal primo ottobre, è stato abolito per il personale docente (ed altre categorie). L’infinita saggezza della “spending review” (D.L. 6/6/2012 n.95 convertito in legge n. 135 del 07/08/2012) ha identificato finalmente il vero buco di bilancio: i buoni pasto di qualche euro.
E posso ripetere questo gesto di risanamento ogni giorno: ogni anno uso tra i 160 ed i 170 buoni pasto: quest’anno potrò quindi contribuire a risollevare l’Italia per circa € 700. Contributo assolutamente determinante.

Questo post è stato aggiornato dopo la pubblicazione. Avevo confuso la quota a carico del dipendente (€ 2,37) con quella a carico dell'amministrazione (€ 4,33), che è ovviamente quella che contribuisce alla spending review. Ovviamente ora sono molto più felice.

giovedì 7 giugno 2012

Valutazione: oltre la caccia al “bollino”

Parte della mia lezione di Informatica di lunedì scorso è stata “ceduta” ad un comitato di valutazione che deve raccogliere informazioni dagli studenti, come parte del percorso di certificazione Eur-Ace per i corsi di studio europei.

Non ne sapevo nulla, quindi mi sono informato.

EUR-ACE LogoEur-Ace, certificazione praticamente sconosciuta a Google, che invece la confonde con un progetto europeo Eurace che non c’entra nulla, significherebbe “European Accreditation of Enginering Quality” e sarebbe una etichetta di qualità assegnata dalla ENAEE (European Network for Accreditation of Engineering Education) a corsi di studio di laurea e laurea magistrale nelle varie branche dell’ingegneria.

Il processo di accreditamento si basa su una serie di indicatori descritti nel Framework Standards (PDF; vedere pagine 9-11) che valutano principalmente indicatori di contesto e di processo, quasi mai di merito. Viene quindi certificata la qualità del processo formativo, non tanto la qualità della formazione erogata (tranne l’indicatore 4.2, che indirettamente valuta la tipologia di occupazione lavorativa ottenuta ed il tempo necessario per ottenerla).

L’elenco dei corsi di studio accreditati è disponibile on-line e finora non contiene alcuna università italiana. Sono contento che il Poli si stia muovendo tra i primi. Peccato constatare che nel database on-line non ci siano i dettagli dei valori attribuiti ai singoli indicatori, potrebbe essere interessante confrontarli (sia per chi deve scegliere un corso di studio, sia per capire come siamo messi nei confronti degli altri: uniamoci al grido Raw Data Now!). E’ solamente un bollino on/off.

Io amo la valutazione. Davvero. Meglio se è (anche) di merito e non (solo) di processo. Meglio se tiene in conto sia la qualità che la quantità. Ma in ogni caso è sempre meglio che non valutare.

Ne sono convinto da sempre. Ricordo ancora con emozione i primi “questionari CPD” che gli studenti compilavano al termine del corso, nei miei primi anni di insegnamento. Critiche feroci (non si capisce, ci fai addormentare, leggi solo le slide, lezioni inutili, ecc…). Feroci ma corrette, puntuali, educate. Senza quelle critiche non avrei mai potuto cercare di migliorarmi (e spero un pochino di esserci riuscito). Ancora oggi, dopo 20 anni, il momento in cui leggo i questionari studenti è sempre un confronto importante, che rimette in discussione il lavoro svolto e fornisce spunti per migliorarlo.

Questo dal punto di vista personale.

Chissà se un giorno, oltre che al miglioramento personale, tutti questi indicatori di qualità, strumenti di valutazione, questionari di gradimento, statistiche di superamento esami, ecc ecc ecc potranno essere utilizzati anche per indirizzare le scelte economico-organizzative e le carriere dei docenti? In quel giorno farò festa. Festa grande.

mercoledì 16 maggio 2012

Coerenza a tutti i costi

Non ho potuto fare a meno di sorridere di fronte al messaggio giunto oggi tramite una mailing list (che invia annunci relativi a conferenze o riviste scientifiche).

uncertainty

Da ammirare la coerenza dei redattori di una rivista sull’incertezza, i quali non si sbilanciano più di tanto sul funzionamento del proprio sito web. Saranno deformazioni professionali…

lunedì 31 ottobre 2011

Chi ben comincia…

Il “tirocinio formativo e di orientamento non curriculare” è una forma di esperienza lavorativa riservata ai neo-laureati, che possono svolgere un periodo di esperienza di 6 mesi al massimo, entro 12 mesi dal conseguimento del titolo di studio (laurea o laurea magistrale). [DL 138 del 13/11/2011, art. 11] Tale forma di tirocinio non porta a crediti formativi e non è inserito in alcun modo nei percorsi di studi universitari. Chiamiamolo “facoltativo”, per capirci?

Come dire, se sono un’azienda-squalo, posso prenderti appena laureato “in prova” per 6 mesi, pagarti molto poco, e poi gettarti nel bidone dell’umido quando non mi servirai più. Oppure, se sono un’azienda seria, possiamo effettivamente collaborare per un breve periodo con una retribuzione degna (e fortemente detassata), per poi passare ad una regolare assunzione.

Personalmente, non ho mai capito quale debba essere il ruolo dell’università in tutto ciò, visto che i benefici sono tutti per l’azienda, ma l’ateneo sostiene dei costi di gestione ed avalla il “piano formativo” previsto per legge.

Ovviamente si trovano offerte di tutti i tipi, dalle più serie alle più originali. Ha attirato la mia attenzione questo annuncio, posto nei corridoi frequentati dagli studenti di Ingegneria del Cinema.

Ricerca giovani per tirocinio formativo extracurriculare

Credo che avranno serie difficoltà a trovare candidati con l’esperienza richiesta, visto che i software Final Fut e After Effetcs non sono così noti e diffusi come gli usatissimi Final Cut ed After Effects.

Oppure è il rileggere le bozze a non essere più così diffusa come pratica?

giovedì 20 ottobre 2011

Innovazione, come impedirla

Jobs ed i garage

In questi giorni si è molto parlato della carriera di Steve Jobs, come modello di imprenditore ed innovatore. Senza nulla togliere al carisma della persona ed alla capacità di marketing della sua azienda, molte riflessioni hanno analizzato gli inizi della sua attività, basata su quel modello dei “garage boys” che tanti frutti ha dato nella Silicon Valley degli anni ’70-’80.

A questo proposito ho trovato molto interessante l’allegoria di Stefano Lavori, che descrive cosa sarebbe successo a Jobs se fosse nato a Napoli (ma il tutto è generalizzabile all’Italia intera). Molto divertente e stimolante il pezzo, ma ancora più interessanti sono i commenti, scritti evidentemente da una parte giovane della popolazione, che grossomodo si dividono tra il “bisogna emigrare” ed il “bisogna resistere ad ogni costo”. Triste la pressoché mancanza di commenti del tipo “bisogna cambiare le regole, ed innovare a casa nostra”, indice di scarsissima fiducia nel sistema imprenditoriale ed in quello politico-amministrativo.

Ritchie ed i Bell Labs

Esiste (o esisteva?) anche un altro modello di innovazione, esemplificato da un altro personaggio cardine della storia dell’informatica, anch’egli deceduto in questi giorni (il 12/10/2011), seppur con molto meno clamore: Dennis Ritchie, di una generazione precedente a Jobs. Ritchie, insieme a Brian Kernighan e Ken Thompson faceva parte di un piccolo gruppo di persone, presso i laboratori di ricerca “Bell Labs” del colosso americano AT&T (l’equivalente della nostra Telecom, su scala americana). A differenza degli Steve Jobs e dei Bill Gates, questi personaggi erano ricercatori che avevano un lavoro alle dipendenze di una multinazionale. Ma una multinazionale che sapeva ancora cosa vuol dire fare ricerca.

Il modello di ricerca dei Bell Labs era molto semplice: le persone più brave a fare ricerca venivano lasciate libere di farla. Potevano scegliersi gli argomenti su cui lavorare. Avevano a disposizione le risorse (umane e tecnologiche) per farlo. L’ipotesi di partenza era lapalissiana: se prendo delle persone in gamba e le lascio esprimere, senza troppi vincoli, lacciuoli e laccetti, certamente qualcosa di buono salterà fuori. Ed in ogni caso il costo di un centinaio di persone è praticamente impercettibile in una grande impresa.

E così nel 1969 i nostri Thomspson, Kernighan e Ritchie, stufi di utilizzare un sistema operativo troppo complesso e farraginoso, decisero di provare a scriverne uno più semplice, che soddisfacesse i loro personali requisiti operativi ed estetici. Ottennero facilmente il permesso di utilizzare un vecchio PDP-7 inutilizzato, ed iniziarono a “giocarci”.

Fu così che partorirono la prima versione di Unix. Per gioco. E poiché erano stufi di programmare in assembler, anche perché avrebbe reso impossibile migrare Unix su hardware diversi, decisero (eresia, a quei tempi!) che avrebbero scritto il sistema operativo in un linguaggio di alto livello. Visto che i linguaggi disponibili all’epoca non erano adatti allo scopo, inventarono il linguaggio C. Sempre per gioco.

Un gioco che ebbe influenza su tutta l’informatica moderna.

Oggi, a circa 40 anni di distanza, ogni volta che accendiamo uno smartphone (sia esso un iPhone o un Android), al suo interno parte un sistema operativo derivato da Unix (da una sua versione commerciale od open source, poco importa). Ogni volta che in un indirizzo web scriviamo il carattere slash ‘/’ per indicare una directory, questo discende dalle scelte fatte nella creazione di Unix.

Ogni volta che un programmatore digita ‘{‘, o per andare a capo usa ‘\n’, o pensa al tipo di dato int, riprende il lavoro fatto ai Bell Labs 4 decenni fa. Anche se, oggi, non si programma solo in C ma prevalentemente in C++, C#, Java, JavaScript, php, ActionScript (Flash), … e decine di altri linguaggi minori, che affondano tutti le radici nel C.

Ogni volta che usiamo Internet, lo facciamo grazie al lavoro di altri ricercatori che nel decennio successivo poterono “giocare” con Unix, ed aggiungerne in modo sperimentale le funzionalità di rete, inventando il protocollo TCP/IP. Ciò fu possibile solo su Unix, visto che il sistema operativo era piccolo, leggero, portatile e soprattutto disponibile gratuitamente (no, non open source, il concetto non esisteva ancora) per le università e gli enti di ricerca.

La lezione non appresa

I modelli sopra descritti, che fanno parte della storia, sembrano non avere lasciato traccia nelle organizzazioni oggi deputate a stimolare la ricerca e l’innovazione, siano essi gli enti di ricerca, gli incubatori di impresa, i finanziatori pubblici.

Sia lavorando nel piccolo (non si chiama più garage, ma start'-up), che nel grande (non ci sono i Bell Labs, ma centri e dipartimenti), si riscontra una deriva dell’attenzione dalla bontà dell’idea alla strutturazione del processo.

Mi spiego: oggi, se hai una buona idea nel campo ICT, puoi far leva su Internet, su tool e librerie open source, su ambienti di sviluppo rapido, su emulatori, su app-store, su mashup e servizi web 2.0, … In pochi mesi puoi realizzare un primo prototipo e metterlo alla prova sul mercato: se funziona, potrà decollare, altrimenti non avrai perso troppo tempo né denaro.

Ma non chiedere aiuto a nessuno. Altrimenti dovrai cominciare a fare un budget, un business plan, un’analisi di mercato, una proposta di progetto, un piano di marketing, una ricerca brevettuale ed analisi dei competitor, una previsione di cash flow, un strutturazione in work package, gant, pertt, ecc. ecc.

Mi è successo più volte di incontrare dei giovani i quali, anziché lavorare per 3 mesi e realizzare la loro idea, lavorano invece per 6 mesi sul business plan (in assenza di una reale competenza per realizzarlo bene, e di dati affidabili da utilizzare).

Dopo 6 mesi, se l’idea era buona, qualcun altro l’avrà realizzata. Se non era buona, non lo saprai ancora, perché non avrai avuto modo di provarla, ed allora perderai ulteriore tempo ad implementare una schifezza, magari essendoti indebitato.

Mi sto convincendo che un modello più efficace di sostegno all’innovazione debba essere “lean and light”, snello e leggero. Mi racconti la tua idea in 2-3 ore. Se mi piace e mi convinci, ti finanzio 2-3 mesi di lavoro, 5.000 euro a fondo perduto. Se non mi convinci, amici come prima. Overhead amministrativo: zero. Rischio nell’investimento: basso. Ovviamente occorre investire in tecnici in grado di valutare bene le idee, impegnarsi ad evitare ogni buonismo (dicendo a tutti che l’idea sembra buona), evitare ogni sovrastruttura organizzativa che rallenti lo sviluppo di una prima “beta” lanciata sul mercato.

Insomma, lassez-faire !

Solo dopo, se vi sarà una prima risposta dal mercato, sarà ovviamente necessario re-impostare gli sviluppi futuri in una logica industriale-imprenditoriale. Solo dopo che se ne è appurata la potenzialità.

Mi sembra quasi troppo banale… in che cosa mi sbaglio?

martedì 22 marzo 2011

E-learning al Politecnico (sottovoce)

In questi giorni al Politecnico di Torino si sta svolgendo il Salone dell’Orientamento, rivolto a chi si vuole immatricolare ad uno dei corsi di laurea tenuti al PoliTo.

In particolare, io mi sto occupando di raccontare la frequenza dei corsi mediante la “formazione a distanza” (FAD), anche detta °e-learning°.

E come spesso succede in Piemonte, mi rendo conto che abbiamo delle iniziative di tutto rispetto, ma che nessuno conosce.

Fortunatamente in occasione del Salone è stato prodotto del materiale informativo, di cui pubblico qui i link nella speranza che possano aiutare a diffondere la conoscenza sulle nostre iniziative.

I servizi del Politecnico di Torino per gli studenti non frequentanti si possono riassumere in tre punti:

  • il portale della didattica, su cui gli studenti possono espletare quasi tutte le pratiche amministrative on-line (carico didattico, certificati, iscrizione agli esami, …) e possono accedere al materiale didattico messo a disposizione dei docenti (video di presentazione)
  • le lezioni on-line, che mettono a disposizione degli studenti le video-registrazioni di tutte le lezioni ed esercitazioni tenute nelle aule del Politecnico, gratuito per tutti gli studenti immatricolati nei corsi di laurea per cui il servizio è attivo (video di presentazione)
  • il Servizio Poli@Home, che mette a disposizione un tutore on-line che interagisce con gli studenti attraverso Internet aiutandoli nella preparazione agli esami (video di presentazione).

Peccato che tutti questi servizi, pur coinvolgendo molte risorse per l’organizzazione e l’erogazione, siano ancora un segreto ben custodito…

domenica 13 marzo 2011

Giudizi affrettati?

La TV era sintonizzata su Rai3, in attesa dell’appuntamento settimanale con Luciana Litizzetto nel programma di Fazio. Per rovinare l’attesa delle solite 4 risate (e 16 amari sorrisi) settimanali, hanno inserito un’intervista con la ministro Gelmini, che ha ovviamente recitato (con scarsa convinzione) la lezione che le avevano preparato, e su questo nulla di nuovo.

Il motivo del post è un altro: durante l’intervista, mia figlia (10 anni) stava tranquillamente giocando con un giochino del mio telefono, e le ho spiegato che la Gelmini era in effetti il “capo” di tutte le scuole e tutte le università, e quindi era anche il “capo” suo (che è studente) e mio (che lavoro all’università).

Dopo un paio di minuti, uno scambio di battute, senza alzare neppure troppo lo sguardo dal videogiochino:

lei: ma è davvero il capo di tutte le scuole?

io: sì

lei: non ha l’aria molto intelligente

io: (silenzio)

io: ma perché lo pensi?

lei: mah, l’ho guardata

Un buon padre avrebbe dovuto, a questo punto, propinare il “pippone standard” sul fatto che le persone non vanno giudicate in modo affrettato, a prima vista, ma bisogna vedere effettivamente come si comportano, quali risultati raggiungono, ecc ecc.

Ma questa volta non me la sono sentita.

venerdì 4 marzo 2011

Meno uscite, meno entrate

Avevo già raccontato di come un nefasto comma della riforma Gelmini avesse di fatto impedito alle università di stipulare molte tipologie di contratti, e ne avesse complicato notevolmente la stipula di altri.

Questo ha due effetti immediati:

  • l’allontanamento di un certo numero di precari dall’università (con effetti positivi sulle statistiche ministeriali, ma disastrosi sulla vita dei singoli)
  • la diminuzione della spesa da parte delle università (anch’esso graditissimo ai bilanci ministeriali ed ai relativi “guru” economico finanziari, e che si giustifica con una conseguenza logica del sillogismo “nell’università sono tutti fannulloniquindi “qualsiasi spesa sarà per definizione improduttiva”).

imageMi piacerebbe segnalare ai suddetti guru ed esperti che, mentre un taglio di una spesa improduttiva tende ad aumentare l’efficienza del sistema, viceversa il taglio di una spesa produttiva ne riduce la capacità di lavoro, e di conseguenza la capacità di attrarre nuove risorse e nuovi fondi.

In pratica, con mezzi burocratico-amministrativi, è stata forzatamente ridotta la spesa corrente a partire dal 2011, ma ciò implicherà automaticamente una riduzione delle entrate per progetti di ricerca (nelle varie tipologie) a partire dal 2012.

Sono solo parole? Qualunquismo? Non ci credete? Volete un esempio?

Eccolo, il primo che mi è capitato sott’occhio in ordine di tempo: il Master dei Talenti della Fondazione Giovanni Goria e della Fondazione CRT. Questo bando eroga circa 150 borse di studio all’anno. Ma quest’anno l’università non potrà partecipare, perché la tipologia di borse previste dal bando è incompatibile con quelle permesse dalla legge Gelmini. Q.e.d.

domenica 13 febbraio 2011

I veri danni della riforma Gelmini

Si chiama “legge n. 240/10 del 30 dicembre 2010”, ed ha portato tanti studenti, ricercatori, professori nelle piazze nello scorso autunno ed inizio di inverno. Non mi sono appassionato alla protesta, e soprattutto alle sue forme, in quanto il linguaggio escatologico ed ideologico che veniva utilizzato mi pareva più dettato da logiche di contrapposizione che da confronti sul merito. Confronti che, per inciso, da parte ministeriale non sono mai stati offerti né permessi.

Ma guardiamo avanti. Ormai è Legge dello Stato (anche se mancano ancora diversi decreti attuativi) ed occorre adeguarsi.

I temi che più avevano fatto scaldare le proteste di piazza erano relativi alla cosiddetta “governance” (ossia la composizione ed i ruoli di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione) e la riforma delle procedure di “reclutamento” (ossia assunzione e progressione di carriera), in particolare per l’abolizione dei ricercatori a tempo indeterminato.

Sulla questione della governance non riesco ad avere un parere, anche perché moltissimo dipenderà dagli statuti che ciascuna università dovrà approvare. E poi sono argomenti troppo astratti per la mia povera mente da ingegnere.

Sulla questione del reclutamento non voglio entrare: il sistema precedente era accusato di essere farraginoso e clientelare, e quello futuro sarà altrettanto farraginoso e clientelare. L’istinto mi direbbe che sarebbe stato più facile e più efficace cercare di “correggere” un sistema esistente (che non era perfetto, ma di cui si conoscevano per esperienza pregi e difetti) piuttosto che buttarlo a mare e crearne uno nuovo di zecca (di cui i difetti non sono ancora noti). Ma forse il consumismo è arrivato anche qui…

Ma questi non sono i veri problemi. O meglio, sono dei cambiamenti, non si sa se avranno un impatto devastante o marginale, ma tutto sommato fanno parte dell’evoluzione del sistema, che in qualche modo si può governare.

I veri problemi sono nascosti negli altri articolini e commucci, a cui nessuno ha mai prestato attenzione.

Prendiamo ad esempio l’art. 18 comma 5. L’articolo 18 sembra quasi innocuo, con il suo titolo “Chiamata dei professori”, che specifica i meccanismi con cui le università chiamano i professori, a valle della valutazione di bilancio (dell’università) e dell’abilitazione nazionale (dell’aspirante professore). Nulla di strano. Le chiamate avvengono già adesso. È rarissimo che vi siano delle sorprese in questo processo. Quindi è un articolo innocuo.

E invece no.

L’ultimo comma (il comma 5, appunto) descrive quali sono le figure professionali che possono partecipare “ai gruppi  e  ai  progetti  di  ricerca […] e  [al]lo  svolgimento delle attivita' di  ricerca”. E la novità è che molte figure precedentemente legali, diventano escluse. Non è più possibile stipulare contratti di collaborazione continuativa per scopi di ricerca. E neppure collaborazione occasionale. E neppure contratti da tecnico a tempo determinato. Ma neanche borse di studio. La ricerca invece può essere fatta “esclusivamente” (sic) dal personale di ruolo, dai dottorandi e dagli assegnisti di ricerca.

Chi ha già avuto esperienza nei progetti di ricerca finanziati (a livello nazionale, regionale, europeo) o nelle collaborazioni con aziende, sa che la cosa essenziale per poter “portare a casa” il contratto è poter disporre di personale competente e dedicato al progetto. Le aziende chiedono che noi professori e ricercatori seguiamo e formiamo il personale giovane lo facciamo lavorare sul progetto: in tal modo a fine progetto avranno i risultati di qualità ed il personale pronto da assumere. I progetti europei richiedono che si investano molti mesi-uomo, e per questo è necessario assumere diverse persone.

L’effetto dei vincoli sarà molto semplice: diventerà più difficile o quasi impossibile assumere alcune tipologie di personale, perché i vincoli imposti sugli assegni di ricerca (durata minima e massima, titoli di studio, importi vincolati, …) e sul dottorato di ricerca (concorso annuale, durata triennale, importo risibile, …) non sono compatibili con molte delle richieste dall’esterno.

I risultati? Certamente meno spesa per personale. Certamente meno precariato nell’università (non perché si siano stabilizzati, ma perché andranno a fare i precari altrove). Certamente meno entrate. Sì, l’effetto sarà la riduzione della capacità di autofinanziamento delle università. Perlomeno di quelle tecnologiche, dove i meccanismi sono quelli che ho esposto.

Questo sì, è un danno. Reale. Quantificabile. Immediato. Non governabile.